Intervista a Pablo Ziegler pianista di Astor Piazzolla

Traduzione di Pietro Adorni

Il pianista si esibirà questa sera col suo Chamber Trío.
Tre anni fa, Pablo Ziegler ha individuato in Brooklyn il posto giusto per tenersi in contatto col mondo. “Sto là perchè è più vicino al mio circuito di lavoro, che è in Europa e Asia. New York è una città che mi dà molto musicalmente”, racconta il pianista, che ha fatto parte del quintetto leggendario di Astor Piazzolla e che si trova a Buenos Aires per presentare un altro gruppo. Col Chamber Trío, il pianista delinea un progetto più camerístico – tramite il timbro che creano Héctor del Curto al bandoneón e la violoncellista coreana Jisoo Ok – mentre continua a cercare altri sound per il tango. “Continuo a sperimentare e mi piace il colore che producono gli archi. Lavoriamo essenzialmente con le mie composizioni ed alcuni temi di Astor”, dice Ziegler durante le prove, prima dello show di questa sera al Notorious.
L’ultima visita di Pablo Ziegler a Buenos Aires era stata in occasione di un nuovo incontro del Quintetto di Piazzolla con Gary Burton, un’esperienza che era culminata in due dischi e che era servita al vibrafonista per avvicinarsi al mondo tanguero. ” A Burton pesa molto il repertorio di Piazzolla, ma lo fa bene. In realtà s’appoggia al quintetto di Astor, perché benché sia uno dei migliori vibrafonisti, ha dovuto imparare a suonare il tango con noi; ed ogni volta che viene impara qualcosa in più.”
- ¿E’ stato difficile per lei proseguire dopo il suo lavoro con Astor?
-Per me è stata una fase importante. Ma nel quintetto avevo già molta musica scritta ed Astor lo sapeva. Mi dava corda perché componessi brani. Il mio primo disco è composto di musiche tutte mie ed è un quartetto che non aveva bandoneón. Dopo esser stato con Astor m’era dura lavorare con un altro bandoneonista.
-¿Com’è iniziato il lavoro sull’improvvisazione?
-Ricordo uno show a Montreal con quintetto in cui Piazzolla aveva improvvisato tutto l’assolo di “Tristeza de un doble A” (Tristezza di una doppia “A”)(*). E’ un brano di sei minuti che dura come fossero venti. In qualche modo il mio ingresso e quello di Oscar López Ruiz nel quintetto cominciano a scomporre tutto. Astor voleva avere un’apertura verso il jazz nel senso dell’improvvisazione. Ma mi diceva sempre che invece di andarcene dalla parte del jazz ce ne saremmo andati verso quella del tango. Quel che lui ha acquisito, io l’ho riprodotto coi miei musicisti e così è s’andata preparando un’apertura a un altro spazio del tango, qualcosa che suona contemporaneo, e che ha a che vedere con la Buenos Aires di oggi.
Attualmente Pablo Ziegler ricrea sessioni di jam tanguera nel club Jazz Standard di New York. “Da quel ciclo sono passati da Paquito di Rivera, a Joe Lovano e Kenny Garret, tra gli altri. Tutti si avvicinano al mondo del tango attraverso l’improvvisazione. Nel contempo c’avviciniamo tutti al mondo musicale dell’altro ed impariamo. Lì devi pelare e riordinare tutto.
-¿Qual’è il segreto per improvvisare nel tango?
-Devi prendere l’improvvisazione in sé. Non si tratta di improvvisare jazz, il segreto invece è improvvisare in linguaggio tanguero. Un modo è la modalità di tenere il ritmo con la mano sinistra. Diversi di quei precedenti e fraseggi li puoi prendere quale punto di partenza nelle cose che faceva il pianista Osvaldo Tarantino con Piazzolla. Quando ho cominciato io, la mia improvvisazione era molto jazzistica, ma dopo era apparso il tango. Per dieci anni mi son dedicato ad esplorarlo. Astor diceva che col jazz non potevamo competere, però col tango facevamo la differenza ovunque. Ed aveva ragione.
(*) Una doppia “A” è il bandoneón. La sigla “A.A.” riporta le iniziali di Alfred Arnold, il primo produttore ed esportatore di bandoneón in Argentina.

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