Iperprofessionalizzazione del tango

Riflessioni sull’iperprofessionalizzazione del tango.

Pubblicato da Teresita de la Iglesia - Traduzione di Pietro Adorni

C’è un malessere nelle milonghe di Buenos Aires, per non parlare delle milonghe, sparse per il mondo, che non sempre ha a che vedere col tango. Lo dico io che sono una fondamentalista e ripeto fino alla nausea che il tango è porteño dalle radici alla sua evoluzione. Non so se sia perché questa settimana ho saputo che è morto uno di quei vecchi milongueri quasi anonimi, almeno fuori dell’ambito delle milonghe tradizionali, che sono le milonghe del centro, o perchè ha chiuso Maipù, però qualcosa sta avvenendo.

Una milonga tradizionale è una  milonga dove gli abituée e  pertanto i cosiddetti vecchi o non tanto vecchi milongueri hanno il loro tavolo, le loro consuetudini, e sono, diciamolo, posti in un ruolo dal quale la loro figura, personaggio, si distingue. Quel che sta accadendo è che la iperprofessionalizzazione del tango, l’enorme mercato che rappresenta, fa sì che le nuove milonghe che non rispettano quelle norme, perché gli organizzatori non sono cresciuti nell’ambito di quei valori, pongono in prima linea, non i milongueri di razza pura, bensì i commercianti di tango.

Per professionisti del tango, ho inteso finora, organizzatori e musicalizzatori, che son coloro che “fanno la serata”, da loro dipende che ci divertiamo o no. A ciò si uniscono gli istruttori di tango, che trasmettono il tango e la sua cultura. Gli istruttori son persone che hanno acquisito la propria legittimità, o per aver passato anni sulla pista da ballo, e sono riconosciuti dai loro pari,  oppure altri che, pur senza essere bravissimi ballerini, hanno un’esperienza accademica didattica nello scomporre e trasmettere un movimento. In pochissimi casi le due categorie vanno a braccetto, in parte per l’estrazione sociale dei primi o perché fino a non molto tempo fa, insegnare il tango era qualcosa di grottesco. Ognuno s’aggrappava al proprio stile, ed essere copiati, ossia trasmettere era impensabile. Però quegli istruttori erano pochi e soprattutto erano bravi. Oggigiorno, si può giungere in una milonga e notare che la quantità di professionisti, di “maestri”, termine che dall’Italia si sta imponendo in alcuni luoghi della capitale, costituisce la maggioranza, e che in ogni caso ha spodestato il ruolo del “milonguero de ley” (leggi: milonguero ad hoc). Come se si trattasse di un’arte marziale, arrivano vestiti di nero, come se nel tango ci fosse un grado simile alla “cintura nera”, salvo non siano “il moro ad uso delle turiste”, che presumibilmente incarna il criterio della razza creola perfetta, e fagocitano la milonga. E’ da loro. Il milonguero che ha deciso di non vivere col tango, perchè non ne ha bisogno, o perchè il vissuto creolo non l’ha proprio sfiorato, o perchè ritiene che, in qualche modo, è un prostituire il tango stesso, sebbene possieda un livello di ballo per farlo, o impartisca lezioni trasmettendo quel che sa, ma arriva in milonga come uno dei tanti, entra a far parte di un “sottoproletariato”.

Qual è il problema? Il  milonguero, la milonguera,  hanno il proprio orgoglio. Gli piace esser trattati bene, e, se possibile, che non gli tocchino il tavolo, la sedia, le consuetudini. Se a ciò s’aggiunge il fatto che molte milongas hanno lo stesso prezzo delle milongas europee, il problema si fa molto complicato. Di più, quando quel povero vecchio vede che entrano gratis, e a ondate, i “professionisti”  che un tempo son stati più furbi di lui. La logica suggerirebbe,da un punto di vista economico, che un professionista, non solo non dovrebbe entrare gratis, dovrebbe invece pagare di più, poiché, in qualche modo, nella sala da ballo si prende in affitto il proprio laboratorio. Essendo tante le cinture nere del tango, sarebbe una soluzione per le soffitte degli organizzatori, ed anche un’autorizzazione per esercitare il loro mestiere e cercare clienti. Non sarebbero pochi i soldi che farebbero. Col modello attuale, essendo tanti quelli che non pagano, giacché son tanti i professionisti o che si impongono come tali, il costo del biglietto si ripercuote quei pochi tonti che pagano.

Una buona milonga, secondo i miei principi, una milonga tradizionale la si nota alla prima occhiata. Chi c’è davanti alla pista? Se sono milongueri può passare al salone. Se ci sono quelli che distribuiscono biglietti da visita, c’è da chiedere il rimborso del biglietto. Altra cosa è la milonga che impone, una dopo l’altra, esibizioni di ballerini che, talvolta, possono anche piacere, ma la vera qualità del ballo è nella pista, non nello show, e per gli show si va a teatro non in milonga.

Vorrei sottolineare che son diversi gli organizzatori che procedono senza cedere alle tendenze di  moda, ed io desidero elogiarli. Penso a Daniel Rezk, fermo, tenace, erudito e dignitoso con la sua “Cachila de los Jueves” a Grisel, che mi serve da riferimento. A Juancito Lencina, in tutte le milonghe che allestisce, per la sua gentilezza, il suo modo d’agire, e il suo rispetto verso la gente del tango. Ai lunedì di Grisel con Adriana e Patricio, un luogo dove ha saputo creare uno spazio aperto al turismo del tango, senza rompere col tessuto sociale della milonga. Al Canning, i mercoledì e domeniche, sebbene stia cambiando molto. E ad alcune altre.  “Lo de Celia”, “el Arranque”, i venerdì della “Leonesa”, etc…

Tutto si evolve. Era un mese che non vedevo un vecchio milonguero. Quell’uomo ballava da dio, e ciò da quando aveva 17 anni. Aveva un senso dell’umore caustico. Non è stato mai in giro per il mondo. Alcune volte, senza pubblicità, ballava negli hotel su richiesta degli organizzatori di tour. Con quello arrotondava la sua pensione. Non lo si vedeva in cattiva salute. Tutto il contrario! Poco tempo fa mi chiese se lo potevo accompagnare in un’esibizione in un hotel. Ridendo, declinai la proposta. Non mi ci vedevo a ballare con un vestito dalla spaccatura sino all’ombelico. Adesso che è scomparso, da poco, penso che avrei dovuto concedergli quel piacere. Sarebbe stato un atto di giustizia verso uno dei nostri vecchi che ci han dato tanto, che non soltanto non sono arrivati a conoscere Ezeiza (l’aeroporto) per l’intercessione del tango, ma che sono morti nell’anonimato, quando altri si son trascinati fino alla tomba coorti di piagnoni di tutto il mondo.

Quelli che vengo da fuori a visitare le milonghe hanno una responsabilità molto importante. Grazie a loro, le milonghe hanno conosciuto una nuova dinamica, e non solo economica. Però da alcuni loro atteggiamenti dipende l’evoluzione di questo “sub mondo” che ci piace tanto. La settimana scorsa, una coppia di francesi mi diceva che quel che cercavano, a Buenos Aires, era ballare con i “maestri”. Perciò frequentano alcune milonghe che non nominerò e soltanto quelle. Va bene, ce n’è per tutti. Però questa gente che viene da anni passa solo di fianco a ciò che è il tango.

Precisazione: gli istruttori sono necessari. Non dico il contrario. Il tango oggigiorno, non si può più imparare solo sulla pista e, ancor meno, osservando quelli che ballano. Però un bravo professionista si giudica dal suo comportamento in milonga, tra le altre cose. C’è una dignità porteña che deve trasparire. E’ la quintessenza di questo ballo che si chiama “tango”.

Credo che ci sia da tornare alle fondamenta perchè altrimenti, entro breve, non ci sarà più con chi ballare. Occorre dire no alla prostituzione del tango. Quelli che han meno di 35 anni, soprattutto i maschi che s’avvicinano al tango, nello spazio di due anni hanno scelto di fare soldi col tango. Quando noi ragazze arriveremo all’età di quelle dee di 60 o 70 anni di oggi, che vanno a ballare tutti i giorni come adolescenti e che trovano chi le invita PER IL PIACERE di ballare, non avremo nessuno salvo gente che lo fa di mestiere. In quel momento, io mi ricorderò di Oscar, e di tanti altri.

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4 thoughts on “Iperprofessionalizzazione del tango

  1. raffaele scrive:

    67 anni, da 12 nel tango, leggerti è stato come ballare! Ho appreso dell’altro, ho condiviso molto, e ricevuto stimolo emotivo! Un Grazie di cuore con la speranza che molti altri condividano. Raffaele

  2. admin scrive:

    Ciao Raffaele,

    piacere di esserti stato così utile.

    nella mia home ci sono i miei contatti, sarà un piacere leggerti anche in privato x scambiarci idee.

    ciao Antonio

  3. Giuseppe scrive:

    E’ stato un vero godimento leggere e messi su carta i sentimenti che animano tutti quelli che avvertono un “malessere” nella commercializzazione del tango, in luogo dei momenti di condivisione con la partner della tanda, di emozioni date dalla musica, dall’abbraccio, dall’essere “uno” senza doversi preoccupare della coppia vicina che ha invece deciso di esibirsi in evoluzioni da spettacolo, la maggior parte delle volte mal riuscite.
    Certo tutti debbono imparare e s’impara ballando: ma perchè non rispettare le regole di base? La verità è che, come correttamente riportato, moltissimi, dopo due anni (ma anche uno) pensano di avere trovato un mezzo per arrotondare le proprie entrate senza avere alcuna base di didattica o, peggio, trasmettendo soltanto il meccanismo del passo, prima ancora delle regole e della cultura che presiedono al tango.
    Regsitro con amarezza dell’ampiezza del fenomeno, ma questo rafforza la mia speranza di creare una milonga alla quale possano accedere, gratuitamente, soltanto persone che condividano i valori di base.

  4. admin scrive:

    Giuseppe il tu bellissimo post meriterebbe l’apertura di un forum di discussione. Come non condividere il tuo intervento?
    Fatti vivo per parlarne anche di persona.
    ciao
    Antonio

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